Forme resilienti di culto in assenza del ‘rito’: il caso della festa di Sant’Agata a Catania

di Giuseppe Sanfratello

 

 

1. Ciclicità, discontinuità, resilienza

Contagi, coronavirus, d.P.C.M., distanziamento, Green Pass, lockdown, pandemia, resilienza, smart working sono tra le parole più ‘googlate’ e usate quotidianamente in Italia nell’anno 2020-21.[1] Abbiamo imparato a restare a casa, a lavorare da casa, ad aspettare che l’emergenza finisse, da casa. Il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) – di cui tanto si parla – è stato studiato per elaborare delle strategie volte alla ripresa economica del nostro Paese; ma in che modo si può lavorare nella stessa direzione nel tentativo di recuperare la nostra capacità di esercitare le emozioni – nel reagire a un evento così traumatico –, di praticare le nostre più disparate attività sociali, di tornare a vivere le nostre vite ‘normali’ com’erano pre-pandemia?

La crisi che ha investito l’intera umanità rischia di causare degli effetti preoccupanti senza precedenti sul modo di vivere le nostre relazioni sociali, sull’organizzazione e gestione di eventi pubblici in cui gli assembramenti – altra parola di tendenza della pandemia – rappresentano la forma costituente degli stessi, sul grado di percezione della sicurezza sanitaria nei nostri viaggi in giro per il mondo, ecc.

Tra i lavori scientifici prodotti in Italia nel corso del 2020, quando il vaccino ‘anti-Covid’ non aveva ancora raggiunto un ampio grado di diffusione, risulta interessante l’e-book Studiare la pandemia. Disuguaglianze e resilienza ai tempi del Covid-19, a cura di Domenico Cersosimo, Felice Cimatti e Francesco Raniolo, nel quale sono raccolti contributi che spaziano dalla politica alla sociologia, dagli studi di comunicazione e dei media alla filosofia, dall’informatica all’economia, con l’intento di osservare il fenomeno ‘Covid’ e i suoi imprevedibili effetti. Uno dei temi a mio avviso molto rilevanti è la constatazione della ‘rottura’ «della vita delle nostre società», in quanto «l’esistenza delle donne e degli uomini che le popolano si svolge per lo più lungo gli alvei della continuità, della quotidianità, delle cornici istituzionali sedimentate» (Cersosimo et alia 2020, p. 2). La discontinuità, da questo punto di vista, può essere percepita come un problema, specialmente se intesa come interruzione forzata del flusso di eventi che scandiscono le nostre esistenze. Al contrario, continuità e ciclicità sono dei concetti che nel corso della storia e ancora oggi costituiscono e organizzano le società di tutto il mondo. 

A proposito del tema della ciclicità del tempo, è il caso di menzionare lo studio di Angelo Brelich curato da Ignazio E. Buttitta, nel quale i calendari e i sistemi festivi vengono osservati come prodotti culturali connotati da una certa complessità organizzativa (Brelich 2015, p. 9). Questi, infatti, assicurano che la scansione del tempo sia alimentata da un «perenne rinnovamento» (Brelich 2015, p.12), simbolicamente garantito dal ritorno delle stagioni, affinché si verifichi la «rifondazione periodica dell’ordine sociale», come avveniva nelle culture arcaiche per le quali questo processo era fondamentale al fine di «istituire un rapporto privilegiato con gli antenati garanti della continuità della vita umana e della fecondità della terra» (Brelich 2015, p. 13). Da ciò si evince l’importanza, di fatto il profondo bisogno per gli esseri umani di celebrare la transizione.

Solo per menzionare un esempio si pensi al Carnevale, che rientra pienamente nel ciclo delle feste di inizio d’anno, ossia quelle attività cerimoniali che marcano un attraversamento critico, un vero e proprio rito di passaggio (Van Gennep 2012): dall’inverno alla primavera, e simbolicamente dalla morte alla vita. Come nel caso del fenomeno della resilienza, in queste feste ricorre un articolato complesso di strategie espressive volte a indicare la rigenerazione del tempo umano e naturale. In questo senso, il Carnevale immette in un percorso che fa attraversare la ‘rottura’ e la successiva ricostruzione dell’ordine sociale e cosmico. Per dirla con Ignazio E. Buttitta, «il Carnevale va considerato a tutti gli effetti una festa religiosa ossia attinente la sfera del sacro diretta a rappresentare la crisi del tempo e la sua rifondazione» (Buttitta 2019).[2] Anche se al Carnevale si può assegnare una funzione simbolica di sospensione o sovversione delle ‘norme’ – ma non avente carattere di discontinuità nel senso esposto sopra –, queste forme di contestazione sono pur sempre ‘regolate’, «in quanto sostanziate di comportamenti previsti e comunque prevedibili, confinati in uno spazio e in un tempo prescritti dalla tradizione» (ibidem). D’altronde, come festa di Capodanno, il Carnevale assolve a una funzione di riaffermazione e rifondazione (nonché di chiusura e riapertura) di un ciclo temporale definito, garantito da un eterno ritorno. Per questo motivo le feste ci fanno sentire ‘a casa’, perché nutrono l’orizzonte delle nostre attese.

Fatta questa riflessione introduttiva, la resilienza intesa come strategia di reazione a un evento traumatico si configura quindi come risposta alla discontinuità causata dalla pandemia.

Nei paragrafi che seguono si riflette su alcune questioni legate al divieto di svolgere feste religiose ed eventi pubblici caratterizzati da assembramenti, e alle conseguenti ‘forme resilienti di culto’ emerse attorno alla festa di Sant’Agata, così come vissuta dai suoi devoti: i cittadini di Catania.

 

2. Feste proibite

Sin dall’emanazione del d.P.C.M. 23 febbraio 2020 (GU n.45 del 23-02-2020), contenente “Disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”, abbiamo assistito a un continuo susseguirsi di comunicazioni relative a restrizioni, divieti e misure di contenimento del contagio sull’intero territorio nazionale. Il Consiglio dei Ministri, avviata la campagna vaccinale, ha poi prorogato lo stato di emergenza fino al 31 marzo 2022.

Dal marzo 2020, le restrizioni di Covid-19 hanno vietato qualsiasi forma di attività pubblica, in cui tipicamente ci si riuniva nello stesso luogo; si pensi agli spettacoli nei teatri, alle proiezioni nelle sale cinematografiche, alle difficoltà incontrate dal settore museale e ristorativo, solo per citare alcuni esempi. Dal punto di vista della produzione e della fruizione musicale, come forma di risposta a questo stato emergenziale sono nate nuove forme di intrattenimento musicale domestico, per cui le famiglie hanno cercato di (re)inventare alcuni rituali musicali quotidiani; durante la pandemia molti genitori hanno fatto ascoltare ai propri figli musica riprodotta attraverso varie piattaforme musicali e di video sharing disponibili online (Cho e Ilari 2021).

Nel biennio 2020-22, i divieti e le restrizioni hanno riguardato anche gli eventi e le feste religiose. Il cosiddetto ‘decreto coronavirus’[3] della Presidenza del Consiglio dei Ministri entrato in vigore l’8 marzo 2020 sospendeva infatti sull’intero territorio nazionale le cerimonie civili e religiose (comprese le Messe e le esequie). La Conferenza Episcopale Italiana, avendo condiviso la comune preoccupazione, aveva accolto le misure del Governo Italiano e i fedeli, di conseguenza, seguivano le indicazioni impartite, al fine di fare «la propria parte per contribuire alla tutela della salute pubblica».[4] Il primo lockdown del 2020 è stato forse il più difficile da accettare. Semplici cittadini o istituzioni, eravamo tutti impreparati. Nel più breve tempo possibile sono state sviluppate strategie di contenimento e di resilienza, un termine che, come detto in precedenza, ha assunto un nuovo significato ed è stato impiegato in diversi campi, compresi quelli religioso e liturgico.

La prima Messa a porte aperte dopo la pandemia viene celebrata il 18 maggio del 2020, presieduta dal Card. Bassetti nella Cattedrale di San Lorenzo a Perugia. Di questo evento significativo per la Chiesa Cattolica italiana si trova una testimonianza sul sito della CEI, all’interno di un articolo che riporta una riflessione sull’esperienza pandemica delle chiese vuote, della distanza e del distanziamento dei fedeli, del silenzio non generato dall’entrare in relazione col sacro ma dall’assenza fisica di celebranti e assemblee. Il Card. Bassetti ricorda come le celebrazioni della Settimana Santa e della Pasqua si siano svolte in modalità ‘virtuale’, e aggiunge «da oggi, in tutte le chiese dItalia, i sacerdoti hanno potuto celebrare leucaristia insieme al loro popolo».[5] Ma l’emergenza non era ancora finita. Infatti, tutte le manifestazioni ‘esterne’ (paraliturgiche ed extraliturgiche) rimangono vietate.

Il 24 novembre 2021, dato il perdurare dell’emergenza sanitaria, i Vescovi delle diocesi siciliane si riuniscono a Roma in una seduta straordinaria della CESi (i.e. Conferenza Episcopale Siciliana) per deliberare sulla possibilità di organizzare le feste patronali. In questa occasione viene ancora una volta confermata la sospensione di tutte le processioni religiose in Sicilia, in particolare: il 4 dicembre, Santa Barbara a Paternò; il 13 dicembre, Santa Lucia a Siracusa; il 5 febbraio 2022, appunto, Sant’Agata a Catania.

 

3. Sant’Agata nella città ‘deserta’

La festa di Sant’Agata di Sicilia, com’è noto, si svolge ogni anno dal 3 al 5 febbraio per commemorare il suo martirio ed è riconosciuta come la terza festa religiosa più importante al mondo. Un evento festivo minore si svolge il 17 agosto per celebrare il ritorno a Catania delle spoglie della Santa nel 1126, dopo che queste erano state trasferite a Costantinopoli dal generale bizantino Giorgio Maniakes come bottino di guerra nel 1040. L’occasione celebrativa principale rimane quella del mese di febbraio; nel XVII secolo iniziava il 1° febbraio, raggiungendo il suo apice tra il 3 e il 5, e spesso durava fino a quindici giorni. Per questo motivo, la sua preparazione iniziava solitamente da quattro a sei mesi prima.

Il 4 febbraio viene celebrata la Messa dell’Aurora, alle 6 del mattino, presso il Duomo. Il fercolo della Santa viene tradizionalmente portato in processione al termine della funzione, intorno alle 7, per il ‘giro esterno’, che è quello più esteso (il fercolo rientra infatti il 5 febbraio intorno a mezzogiorno). Durante questo ‘giro trionfale’, il busto reliquiario di Sant’Agata viene consegnato ai fedeli cittadini.

Questo percorso è ancora oggi accompagnato da schemi ritmici e codici sonori, acclamazioni rituali e canti religiosi, tutti elementi che ‘portano il suono’ e incitano il popolo dei cittadini a venerare la loro Santa Patrona, così come avviene da secoli.[6]

Finora si è discusso sulla funzione della ‘resilienza’ come risposta alla rottura e alla discontinuità del regolare svolgimento di eventi festivi così come previsti dal ciclo calendariale. Il focus su alcune ‘pratiche resilienti’ – riportate nel paragrafo seguente – propone di creare un ponte temporale tra il ‘prima’ e il ‘dopo’ pandemia, offrendo anche un messaggio di auspicabile ritorno alla normalità della celebrazione delle feste tradizionali. 

Nel prossimo paragrafo, pertanto, si propone una riflessione emersa da una ricerca sul campo riguardante le modalità di reazione all’evento traumatico dell’emergenza sanitaria degli ultimi due anni, con particolare riferimento alle dinamiche di resilienza messe in atto dai devoti di Sant’Agata. L’indagine è stata condotta principalmente sulla base di un’intervista qualitativa ad alcuni devoti del quartiere storico della Civita, al fine di analizzare il passaggio dall’evento reale e ‘in presenza’ della festa della Santa Patrona di Catania ad alcune forme virtuali e private di culto, per far fronte all’assenza di gesti, simboli e consuetudini proibite a causa del perdurare della pandemia. Gli esiti di questa ricognizione preliminare tentano di illustrare in che modo il ‘cambiamento inatteso’ determinato dalla pandemia – e dai conseguenti lockdown – sia stato elaborato dai devoti di Sant’Agata, nella resilienza e nella resistenza al vuoto simbolico causato dall’assenza della festa e nel tentativo di mantenere viva la fiamma della loro devozione.

 

4. Resilienza dei cittadini nel culto agatino virtuale: esiti di un’intervista

Il testo che segue è una redazione della trascrizione dall’intervista svolta il 28 aprile 2022 presso lo storico bar Ventimiglia, situato sulla omonima via adiacente a piazza Mario Cutelli, ossia la principale area di ritrovo del quartiere Civita nel centro storico di Catania.

Degli interlocutori che ho incontrato per svolgere l’intervista conoscevo precedentemente soltanto Melo (Carmelo) Zuccaro (1958-), il quale ha invitato due suoi amici a partecipare, Maurizio De Francesco (1961-) e Piero Desi (1967-). Nel presentarmi, ringraziandoli per la loro disponibilità, li ho informati del motivo dell’intervista, specificando che sarebbe stata utile a stilare un articolo che riguardasse gli effetti negativi della pandemia sulle feste religiose, in particolare su quella di Sant’Agata. Il focus delle domande qui inserite in corsivo, seguite dalle risposte degli intervistati – trascritte fedelmente o argomentate in forma indiretta –, riguarda in gran parte le modalità ‘resilienti’ con cui i devoti hanno vissuto l’assenza della festa nella sua forma tradizionale.

 

Cosa significa per voi la festa di Sant’Agata? Che valore ha?

 

Melo:               Allora, per quanto riguarda me personalmente, ha un valore, diciamo dal punto di vista sentimentale… Per noi, soprattutto, che abitiamo in questo quartiere [la Civita]. Io la considero sempre, Sant’Aituzza, come una vicina di casa. Perché fa parte di questo quartiere che dista un centinaio di metri dalla Cattedrale. E poi si dice che anche Sant’Agata, da ragazza, andava qui al cortile Platamone a passare l’estate, dicono… E allora quindi siamo cresciuti in questo quartiere con un sentimento vero nei confronti della Santa. Tornando al discorso tuo, che giustamente dicevi, sono due anni che la festa non si svolge come per secoli e secoli si è svolta… Il mio stato d’animo è stato come quello di uno che, per esempio, che posso dire, uno che non vede una sorella da tanto tempo e per un motivo o per un altro non può venire… Nell’attesa che io, per esempio, la devo abbracciare e non la posso abbracciare perché ha avuto un impedimento. Quando uno non può abbracciare una sorella per un motivo o per un altro è una cosa che ti viene a mancare. Quindi è un affetto no? E io penso che in questi due anni di pandemia, come me, tanti catanesi devoti hanno sofferto questa mancanza, perché se noi vogliamo considerare la festa, per chi crede in questa Santa, ci si aspetta questo abbraccio dei catanesi per Sant’Agata. Questi due anni della pandemia non ci hanno permesso di vivere questa forma di attaccamento alla Santa, non ci hanno permesso di vivere in quella gioia di poter vedere, di poter incontrare la Santa. Io, da parte mia, spero con tutto il cuore, perché io ho sempre detto non è la festa in se stesso... Perché uno può dire «vabbè, chi ci fa se Sant’Aita nun niscìu?», no! Per me, che credo, perché ho una fede, il fatto che tu [istituzione?] non permetta a uno che crede di non potere vedere la Patrona, la Santa, la Martire – perché poi stiamo parlando di una persona, di una Santa che ha dato la vita per Gesù Cristo –… Quindi se io metto tutto questo assieme, non è il semplice fatto della festa in se stesso, ma è una mancanza di abbraccio verso la Santa, di una unione che c’è in quei giorni di festa… Perché stiamo parlando di una festa che è la terza nel mondo. Quindi, non è una festa tanto così… Tanto per…

 

Maurizio:      C’è un campo ecclesiastico e un campo commerciale:[7] due cose che si incontrano. Tutti noi catanesi ci teniamo a questa festa, la sentiamo molto nostra. Perché al di là di quello che si possa dire, il catanese è molto attaccato alle sue radici, perché Sant’Agata ‘richiama’, ogni anno, il 4 e il 5 di febbraio, molti catanesi che si trovano sparsi nel mondo, a ritornare proprio per la festa. Quindi questi due anni sono stati terribili sia dal lato umano sia dal lato economico. Perché ci sono molte persone che durante la festa riescono a diciamo ‘inquadrare’ i conti dell’anno solare… Perché c’è un commercio non indifferente, ma non per ultimo, quello religioso, che è molto sentito… Perciò questi due anni sono stati molto pesanti. Ora speriamo che con la risoluzione pandemica si riesca a risollevare il tutto.

 

Pensate che si possa svolgere Sant’Agata ‘d’estate’?

 

A questa domanda, rispondono riferendomi che quest’anno (2022) dovrebbe svolgersi la festa di Sant’Agata ‘d’estate’, che sebbene possa essere vista come una festa ‘minore’ rispetto a quella di febbraio, per i catanesi è «storicamente molto importante»,[8] perché celebra la memoria del ritorno delle spoglie della Santa da Costantinopoli.

Perché i devoti indossano il ‘sacco’?

 

Indossare il ‘sacco’ (u saccu, abito tradizionale di colore bianco per gli uomini, verde per le donne) è un’usanza che si tramanda «di padre in figlio», una consuetudine che si inscrive all’interno di quella serie di comportamenti, gesti e simboli di ‘attaccamento’ alla Santa, così come l’attaccarsi al suo ‘cordone’ (in catanese «quannu unu s’appizza ‘nto cudduni»).[9] Melo Zuccaro mi informa cosa si intende con ‘voto generazionale’, ossia quella promessa fatta alla Santa da un devoto la cui validità si trasmette alle generazioni successive, ai figli, ai nipoti e così via. Aggiunge che sua madre (non menziona il padre) non gli ‘diede’ il sacco; tuttavia, ogni anno portava in offerta alla Santa una candela (i.e. la ‘cera’) dalle dimensioni corrispondenti alla statura del figlio.

Ci sono devoti che indossano il sacco e altri che portano la candela. In genere, l’offerta della cera è la pratica principale che si svolge durante la processione del 5 febbraio. Alla ‘massa’ della cera viene attribuita una valenza particolare, in quanto le dimensioni e il peso della imponente candela trasportata dai fedeli ‘portatori’ sono direttamente proporzionali all’importanza della promessa o alla gravità della richiesta di grazia rivolte alla Santa.

Una delle frasi più comuni pronunciate da un devoto è «Sant’Agata, se mi fai il miracolo, ti prometto che per quanto peso io, ti porto la cera».

Il 3 febbraio avviene il giro delle carrozze del Senato, alla presenza delle autorità civili e religiose e delle forze dell’ordine, seguito dalla sfilata delle varie associazioni con i cerei, ossia le candelore trasportate a spalla, che vengono definite dai miei interlocutori come «opere d’arte che camminano». I portatori, pertanto, sono i fedeli provati dal peso e dalla stanchezza nel trasporto di questi oggetti tradizionali itineranti, sono i devoti che offrono la sofferenza e le stesse piaghe che si formano sul collo e sulle spalle a causa della pressione esercitata da queste imponenti costruzioni lignee, tanto massicce quanto riccamente adornate in superficie.

 

Quali differenze avete notato tra l’ultima festa celebrata nel febbraio 2020 – alle porte della pandemia – e quelle del 2021 e 2022?

 

L’unica forma di culto permessa nel biennio della pandemia è stata la celebrazione eucaristica presieduta dall’Arcivescovo Metropolita nel Duomo di Catania. La Messa ‘online’ è stata percepita dalla maggioranza dei devoti come una «fredda» sostituzione di quel necessario assembramento e della «comunione tra le persone» che caratterizza la festa della Santa Patrona. Ciononostante, si sono verificate forme alternative o ‘resilienti’ di culto non organizzate da associazioni o tra i devoti ma in modi del tutto indipendenti, in quanto questi non hanno rinunciato a indossare il sacco e a offrire la cera alla Santa esposta all’interno del Duomo. Tali ‘visite’ sono state comunque monitorate e disciplinate dalle forze dell’ordine, con ingressi contingentati, distanziamento, obbligo di mascherine e uso del gel igienizzante. L’offerta della cera si è svolta anche nella piazzetta antistante alla chiesa di Sant’Agata al Carcere.

Piero Desi, vigile del fuoco che si ‘attacca alle maniglie’ del fercolo, alla domanda «come sono stati per lei questi due anni senza la festa?» ha risposto con un lapidario «male». Poi ha aggiunto: «perché non è la stessa cosa vederla [la Santa] dietro [sic!] la televisione, con la chiesa chiusa… non è la stessa

cosa di quando ce l’hai alle spalle». Il contatto fisico con la Santa è ancora una volta per i devoti un aspetto fondamentale del loro sentire e vivere la festa.

L’assenza di questo ‘contatto’ è stata avvertita anche relativamente all’impossibilità di recitare delle preghiere e acclamazioni, come avviene di solito durante la processione. L’acclamazione tradizionale più ricorrente è la cosiddetta ‘vanniàta’ che così viene proposta da un devoto «cittadini! Ppi Sant’Aituzza bedda, semu tutti divoti tutti», mentre gli altri rispondono «viva Sant’Aita!» insieme al grido «cittadini! cittadini!», che spesso è acusticamente percepito come «cettu-cettu!» quasi a voler confermare la devozione della città alla Santa con un sonoro e corale «certo, certo!». Altra acclamazione rivolta ad ‘Agata’ è: «havi du occhi ca parunu du stiddi e a vucca ca pari na rosa!», e i devoti rispondono in coro con il tradizionale cittadini’.

 

Infine, Melo Zuccaro dichiara:

per noi catanesi questi due anni sono stati due anni di amarezza, sai perché? Perché di solito quando finisce Natale, dall’indomani, dal giorno di Santo Stefano, si inizia già a parlare della festa di Sant’Agata. Perché ti dico questo? Perché ci sono i portatori delle candelore che hanno la loro festa, poi ci sono le confraternite, poi le istituzioni (tipo le forze dell’ordine), quindi c’è una preparazione importante. Poi ci sono tutti i componenti [sic!] dei paesi etnei, perché hanno le loro confraternite proprio dedicate a Sant’Agata. Quindi tutte queste cose qua mica le puoi fare in una settimana. Da Natale, dal giorno di Natale, agghiorna Santo Stefano siamo già entrati nella festa di Sant’Agata. E già il 26 dicembre, esce il programma della festa. Per questo ti dico che questa per noi è stata una mancanza importante, perché lì c’è tutto un popolo che aspetta questa festa. Allora, quando certuni mi dicono ‘e va bene va, chi ci fa se un anno Sant’Agata non esce?’, no! Perché se tu ci fai caso ci sono molte persone malate, persone che vengono dall’estero che possibilmente sono vent’anni che non venivano a Catania e che p’amuri da’ festa scendevano per vedere Sant’Agata e oltre le loro radici… Quindi, non va bene, va male [non fare la festa], perché nella festa di Sant’Agata c’è l’aggregazione di tutti i ceti, non c’è più ‘u puvireddu, ‘u piscaturi, ‘u dutturi, c’è un popolo che si rispecchia.

 

E relativamente a una sua ulteriore esperienza personale riguardante l’assenza della festa durante la pandemia, Melo aggiunge un ricordo:

 

Quest’anno [2022] mi trovavo in piazza Duomo, mentre vedevo discutere due persone di una certa età [intende due anziani]. La cosa che mi ha fatto commuovere è stata che una di queste persone – che poteva avere all’incirca 78 anni – proprio commosso diceva ‘avannu ‘a festa un a fanu? E cu u sapi su ci campu iu uora nattr’annu? E a Sant’Aituzza quannu a viru?’ [‘quest’anno la festa non si svolgerà? E chi lo sa se un altro anno sarò ancora vivo… E Sant’Agata quando la rivedrò?]. Allora, lì c’è tutta la fede e il sentimento per quanto riguarda questa festa. Quando io sento queste cose è chiaro che non è na fissarìa [non è una cosa da poco].

 

Risulta qui necessario specificare che le reliquie della Martire catanese sono custodite presso il Duomo all’interno di un sacello, ma sono visibili solo nei giorni delle festività agatine. Questo può essere indicativo ed esplicativo rispetto all’espressione riferita da Zuccaro: E a Sant’Aituzza quannu a viru?

 

5. Conclusioni

Uno dei principali timori espressi dai devoti intervistati riguarda il rischio che le giovani generazioni non sembrano così ‘resilientemente’ interessate a portare avanti questa tradizione, e ciò potrebbe rendere necessario istallare delle ruote alle candelore, processo che costituirebbe la perdita – nonché lo snaturamento – dell’aspetto simbolico dell’offerta dello sforzo fisico, della prova di forza e di sofferenza (i.e. le piaghe causate dal peso delle candelore stesse).

Le aspettative per la festa di Sant’Agata nel 2023 sembrano essere molto promettenti, soprattutto per l’entusiasmo che ci si aspetta in vista del ritorno ‘in presenza’ della processione del fercolo della Martire catanese. Nel frattempo, il 21 maggio 2022 l’Arcidiocesi di Catania ha organizzato una esposizione straordinaria delle sue reliquie nel Duomo di Catania – nel pieno rispetto delle ancora vigenti norme di sicurezza sanitaria –, evento durante il quale i cittadini hanno potuto offrire dei fiori e della cera all’altare del martirio della Santa. Al termine della speciale giornata, il nuovo Arcivescovo Metropolita insediatosi a febbraio, S.E.R. Mons. Luigi Renna ha presieduto la celebrazione eucaristica conclusiva, con la partecipazione delle autorità civili e del comitato per la festa.

La consapevolezza comune dei devoti è che ‘Agata’ appartiene a tutti, attira tutti, ‘chiama’ e accoglie tutti. Dopo aver offerto un’ultima breve riflessione su cosa ci ha lasciato questa pandemia, in termini di amarezza ma anche di aspettative, Melo Zuccaro conclude l’intervista con dei versi da lui declamati:

 

Quannu viru na cannalora ca stanu annacannu

vuo’ diri ca campai n’atruvu annu!

 

E così, in chiusura, aggiunge un inno a Sant’Agata proprio del quartiere della Civita:

Sant’Aita, Sant’Aita

jè misa ‘nta lu chianu

cu la spata mmanu

ca varda la città.

Je tutti i viddaneddi

ca scinnunu a Catania

 

pi biriri a Sant’Aita

lu populu ca cc’è.

C’è lu capumastru,

sùpira la vara

ca sona la campana

je passa pa’ città.

Je tutti i cittadini

che fazzuletti all’aria

ci sparanu a Sant’Agata

e zumpa zumpappà

e zumpa zumpappà

e zumpa zumpappà![10]

 

E viva Sant’Agata!

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

A. Brelich, I. E. Buttitta (a cura di), Introduzione allo studio dei calendari festivi, prefazione di I. E. Buttitta, Roma, Editori Riuniti University Press, 2015.

I. E. Buttitta, Il carnevale, martedì grasso ed il folklore siciliano, «L’identità di Clio» [online, pubblicato il 4 Marzo 2019], https://www.lidentitadiclio.com/il-carnevale-martedi-grasso-ed-il-folklore-siciliano-parte-prima/?fbclid=IwAR15NB7poWptZrbUz4EVyduy4tIG2NtCvxsh3BftY_T0S2DqAMhpgB0rn40#.XHz-A9F1h0s (consultato in data 3 maggio 2022).

D. Cersosimo, F. Cimatti, F. Raniolo, Studiare la pandemia: Disuguaglianze e resilienza ai tempi del Covid-19 [e-book], Roma, Donzelli Editore, 2020.

E. Cho, B. S. Ilari, Mothers as Home DJs: Recorded Music and Young Children’s Well-Being During the COVID-19 Pandemic, «Frontiers in psychology», 12 (637569) [online], https://doi.org/10.3389/fpsyg.2021.637569 (consultato in data 10 maggio 2022).

M. R. De Luca, G. Sanfratello, Shaping sacred spaces: the feast of St Agatha and the development of its urban rituality, in I. Ferrer Senabre, F. EscrivaÌ€-Llorca (eds.), «Quadrivium» Revista Digital de Musicologia, 10, València, 2019, pp. 1-10.

A. Van Gennep, I riti di passaggio [1909], introduzione alla trad. it. di Francesco Remotti, Torino, Bollati Boringhieri, 2012.

 

[1] Fonte web: https://trends.google.it/trends/yis/2020/IT/; https://trends.google.it/trends/yis/2021/IT/ (consultato in data 1° maggio 2022).

[2] Fonte web: https://www.lidentitadiclio.com/il-carnevale-martedi-grasso-ed-il-folklore-siciliano-parte-prima/?fbclid=IwAR15NB7poWptZrbUz4EVyduy4tIG2NtCvxsh3BftY_T0S2DqAMhpgB0rn40#.XHz-A9F1h0s (consultato in data 3 maggio 2022).

[3] Fonte web: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/03/08/20G00029/sg#:~:text=note%3A%20Entrata%20in%20vigore%20del%20provvedimento%3A%2008%2F03%2F2020&text=1%20Differimento%20urgente%20delle%20udienze,penali%2C%20tributari%20e%20militari%201 (consultato in data 7 maggio 2022).

[4] Fonte web: https://www.chiesacattolica.it/decreto-coronavirus-la-posizione-della-cei/ (consultato in data 9 maggio 2022).

[5] Fonte web: https://www.chiesacattolica.it/documenti-segreteria/prima-messa-a-porte-aperte/ (consultato in data 6 maggio 2022).

[6] Per uno studio introduttivo sulla presenza e l’influenza di ritualità musicali nello sviluppo storico della celebrazione della festa di Sant’Agata di Sicilia e su come la processione delle sue reliquie abbia in qualche modo riconfigurato l’assetto urbanistico della città, cfr. De Luca e Sanfratello 2019.

[7] Intende, probabilmente ‘sacro’ ed ‘economico’.

[8] Le citazioni qui segnalate con virgolette caporali sono estratte dalla trascrizione dell’intervista.

[9] Ossia al sistema per cui il fercolo di Sant’Agata viene trainato da due grossi cordoni, lunghi all’incirca 120 metri, con delle maniglie. Si tratta di un vero e proprio ‘motore umano’ a traino del fercolo, alimentato dalla passione dei devoti. Fonte web: https://www.visitcatania.co/en/santagata-en/la-festa/cordone/#:~:text=Il%20fercolo%20di%20Sant’Agata,alimentato%20dalla%20passione%20dei%20devoti (consultato in data 4 maggio 2022).

[10] La melodia è modellata sul motivo popolare del brano “Garibaldi fu ferito”.


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Musicologia

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